Presentato a Palermo “Cosa nostra spiegata ai ragazzi”, il libro testamento del giudice Paolo Borsellino alle giovani generazioni

Salvatore Borsellino, Giuseppe Castronovo e Marco Lillo - www.lesfemmesmagazine.it

PALERMO – E’ stato presentato presso la libreria “Tantestorie” di Palermo, “Cosa nostra spiegata ai ragazzi”. il libro, edito da Paperfirst, racchiude la trascrizione di uno degli ultimi momenti del giudice Paolo Borsellino a contatto con i giovani. Presenti, oltre al proprietario della libreria, Giuseppe Castronovo, anche gli autori del volume: Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso che ha scritto la prefazione del volume e Marco Lillo, vicedirettore del Fatto Quotidiano, a cui appartiene Paperfirst.

cosa nostra spiegata ai ragazzi - www.lesfemmesmagazine

 

Era rimasta secretata all’interno di qualche polveroso archivio, questa perla. Disponibile agli studiosi, ma non all’opinione pubblica. Finalmente, è stato possibile accedere al filmato che ritrae il giudice Paolo Borsellino, invitato dal professor Enzo Guidotto, mentre risponde alle domande degli studenti di un istituto tecnico di Bassano del Grappa. L’anno è il 1989,  l’argomento è la mafia, tema che verrà sviluppato in termini semplici, ma non semplicistici.

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Siamo riusciti ad intervistare il vicedirettore del Fatto quotidiano, Marco Lillo. Ecco le sue parole:

 Perché Paperfirst, a distanza di ben 27 anni, ha tirato fuori dal cassetto questa lectio magistralis del giudice Paolo Borsellino trasformandola in un libro, tenuto conto che, notizia di questi giorni, i giovani non leggono, e quelli che leggono non comprendono neppure il testo che hanno davanti?

“Perché questo testo è il frutto di una lezione tenuta da Paolo Borsellino nell’89 in un istituto tecnico professionale, e quindi la trascrizione di questo discorso di Borsellino è di un livello giusto per poter entrare all’interno dei concetti che fanno capire cos’è la mafia, che cos’è lo Stato, quali sono i doveri di ognuno di noi quando si pone davanti a una norma, tutto sempre accompagnato da un linguaggio semplice. Accanto a questo, noi abbiamo voluto affiancare la prefazione del fratello del giudice, Salvatore, che con le sue parole restituisce “l’uomo Borsellino” e che fa quindi capire a uno studente la figura del giudice introducendolo al mondo della legalità”.

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Si torna nuovamente a parlare di riforma della giustizia, riforma delle intercettazioni e, di conseguenza, dell’ennesimo tentativo di imbavagliare la libera informazione. Qual è la posizione di Marco Lillo e del Fatto Quotidiano?

“La nostra posizione è sempre la stessa. Noi abbiamo scritto un libro nell’ormai lontano 2008, a tre mani insieme a Marco Travaglio e Peter Gomez, che attaccava la riforma di Alfano, quindi governo Berlusconi. Poi in altre occasioni attaccammo una riforma di Mastella, quando il governo era in mano a Prodi, quindi centro – sinistra. Poi abbiamo criticato la riforma proposta dal governo Gentiloni. Insomma non ci siamo fatti sicuramente mancare articoli o campagne contro i vari bavagli, siano essi stati proposti da destra, da sinistra o da centro. E’ ovvio che il potere non vuole che si svelino gli altarini, no? Quindi ogni volta che c’è uno scandalo che coinvolge un politico, che si chiami Matteo Renzi, che si chiami Maurizio Lupi, quello che viene svelato dalle intercettazioni ovviamente non fa piacere. La prima reazione è quella di chiudere il rubinetto delle intercettazioni, in modo che la gente non sappia e quindi “occhio non vede, cuore non duole” e soprattutto, urna non duole, perchè sono i voti la cosa che più interessa i politici. Perché sanno bene che, il disvelamento dei loro comportamenti non commendevoli non è favolerole al loro risultato elettorale e qundi vogliono controllare l’informazione. Questa cosa dobbiamo combatterla, perchè non è interesse del giornalista pubblicare le intercettazioni quando c’è un interesse pubblico, ma è una cosa che viene fatta nell’interesse del cittadino, del lettore”.

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Last but not least, l’intervista a Salvatore Borsellino:

 A distanza di 27 anni dalla strage di via D’Amelio, il messaggio di suo fratello è ancora attuale. Mi riferisco in particolare alla frase: “Non basta soltanto essere onesti, ma anche apparire tali”. Che messaggio possiamo trarne per le giovani generazioni?

“Guarda, questo libro è indirizzato ai ragazzi, ma credo che anche i politici farebbero bene a leggerlo. Perchè ad un certo punto, quando un ragazzo chiede a Paolo se esistono dei politici collusi, e come si dovrebbe agire nei loro confronti, mio fratello risponde: “Noi magistrati non sempre riusciamo a trovare le prove per condannare delle persone di cui si dice che siano colpevoli, però bisognerebbe che fosse la società civile, gli stessi partiti a trarne le conseguenze emarginando queste persone. La magistratura, per condannare deve trovare delle prove, ma quando si rivestono delle cariche istituzionali, anche davanti a dei semplici sospetti, anche senza arrivare per forza alle condanne, il solo dubbio può essere un fatto significativo che dovrebbe far si che i politici ne traessero le necessarie conseguenze”. Ecco, credo che questo messaggio, più che dai ragazzi, dovrebbe essere ascoltato dai politici che, quando si tratta di loro, si appellano sempre al grado definitivo di giudizio. Si, se non fosse che con i tempi attuali dei processi, il grado definitivo non arriverà mai, oppure certi fatti cadranno in prescizione. Oppure come nel caso di Andreotti, in cui è stato innalzato quasi a “padre della Patria”. Certa informazione non sa o finge di non sapere, che lui è stato prescritto e non assolto”.

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Sua nipote Fiammetta, parlando del depistaggio sulle indagini successive alla strage, ha recentemente puntato il dito contro Ayala, invitando i magistrati ad indagare su di lui. Lei che ne pensa?

“Io in prima persona ho rivolto, da anni, delle domande ad Ayala, a cui egli non ha mai risposto, anzi ha ritenuto di dovermi chiamare “Caino”. Ad una ragazza che gli ha chiesto perché non volesse rispondere alle mie domande, Ayala risponde con queste parole: “Innanzitutto Salvatore Borsellino ha dei problemi mentali, poi in ogni caso io non ho esperienza di fratelli, però so che anche Abele aveva un fratello” quindi mi ha dato del Caino. Io l’ho querelato da anni, ma non l’ho fatto per i risarcimenti quanto per la giustizia. E’ stato condannato in primo grado, anche se l’informazione non ha riportato questa notizia, venendo poi assolto in secondo grado perchè, secondo il giudice, Ayala sarebbe stato provocato. Se in questo Paese fare delle domande significa provocare, fare delle domande per sapere esattamente cosa sia successo quel giorno in via D’Amelio, a fronte delle dieci versioni diverse finora fornite da lui, allora rispetto le sentenze della magistratura, però non posso condividerle”.

Il prossimo 19 luglio, saranno trascorsi 27 anni dalla strage di via D’Amelio in cui persero la vita, oltre al giudice Paolo Borsellino, anche i ragazzi della sua scorta, quegli stessi ragazzi che il giudice cercava in tutti i modi di proteggere. 27 anni senza la verità, senza l’agenda rossa. Senza risposte.

Le foto all’interno della libreria sono  a cura di Giuseppe Castronovo

 

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