Strage di Via D’Amelio: il dibattito con Claudio Fava, Roberto Scarpinato e Fiammetta Borsellino

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PALERMO – “Via D’Amelio. Dentro il più grande depistaggio della storia” è il titolo dell’acceso dibattito svoltosi il 9 gennaio scorso all’interno della libreria Feltrinelli di via Cavour a Palermo, a cui hanno partecipato Claudio Fava, presidente della commissione antimafia, Fiammetta Borsellino, figlia del giudice Paolo, il magistrato Roberto Scarpinato, oggi procuratore generale della Corte d’Appello di Palermo e il giornalista Salvo Toscano, moderatore dell’incontro, che ha espresso tutta la propria amarezza circa le tante, troppe domande tuttora rimaste senza risposta.

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Claudio Fava, interpellato in merito alla barbara uccisione del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, dichiara: “Il giudice Borsellino non doveva semplicemente morire. Bisognava che la sua morte venisse derubricata a vendetta mafiosa per il maxiprocesso. La mia sensazione è che si sia contribuito al depistaggio per nascondere tutto quello che ruotava attorno all’omicidio. Ma non si tratta di un depistaggio semplice, al contrario: esso è il frutto di tutta una serie di azioni, ci sono responsabilità di vario tipo. Il giudice Paolo Borsellino attendeva con ansia di essere convocato dalla procura di Caltanissetta, per parlare con il procuratore Tinebra. Finalmente gli venne fissato l’appuntamento per il 20 luglio ma, come amaramente sappiamo, venne trucidato il giorno precedente. Se quel colloquio avesse avuto luogo, sicuramente molte cose sarebbero venute alla luce. Ma c’è dell’altro: poco tempo dopo la strage, il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (S.I.S.De, ndr) viene incaricato di occuparsi della strage, nella persona di Bruno Contrada, numero tre del S.I.S.De, contemporaneamente indagato a sua volta. Com’è possibile che, in tutti questi anni, questa contraddizione non sia mai stata oggetto di interrogativi da parte di nessuno? Tanti, purtroppo, hanno finto di non vedere. Scarantino per esempio, il pentito rivelatosi poi falso, non venne mai messo in dubbio. Quello che tutti noi abbiamo il dovere di fare – conclude – è continuare a chiedere la verità sulla strage di via D’Amelio“.

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Roberto Scarpinato, in merito al depistaggio e ai tanti altri aspetti oscuri relativi alla strage, si lascia andare a qualche dichiarazione: “Non fu solo cosa nostra a gestire la dinamica dell’attentato ai danni del dottor Borsellino. Abbiamo numerose testimonianze infatti che attestano la presenza, in più circostanze, di uomini in giacca e cravatta, estranei all’organizzazione. A nessuno vennero mai presentati questi individui. Uno di essi per esempio, viene descritto come presente al momento del confezionamento dell’esplosivo all’interno dell’auto rubata che sarà poi impiegata nella strage di via D’Amelio. Di lui si sa soltanto che è un esperto di esplosivi. Altri uomini in giacca e cravatta vengono descritti come presenti sul luogo della strage, intenti a cercare affannosamente dei documenti. Questi individui rimasti nell’ombra che hanno  collaborato con la mafia, hanno fornito il supporto logistico per attuare la strage e contribuito al successivo depistaggio. L’incarico che Tinebra affida a Contrada, la responsabilità cioè delle indagini sulla strage, è una cosa contraria alla legge. Non lo poteva fare.  Inoltre bisogna ammettere che, purtroppo, sono stati commessi degli errori da parte dei giudici di allora, errori commessi sicuramente in buona fede ma che hanno contribuito a rallentare il tutto. Perfino Ilda Boccassini, all’inizio, ritenne attendibili le dichiarazioni del falso pentito Scarantino, tanto da organizzare dieci incontri. Purtroppo all’epoca, a molti di noi mancavano le chiavi giuste per riuscire ad interpretare correttamente quello che avevamo di fronte a noi”.

Fiammetta Borsellino, figlia del giudice assassinato, a quel punto dichiara senza celare la propria amarezza: “Vorrà dire che il sacrificio di mio padre è servito a rendere edotti alcuni magistrati, evidentemente il suo sacrificio era necessario. Quello che non riesco a comprendere però, è come mai in tutti questi anni mi sia stato impedito di avere colloqui con i pentiti, sempre e comunque. Ho scritto tredici domande, pubblicate da Repubblica, in cui chiedo semplicemente di conoscere la verità sulla morte di mio padre. Finora però – conclude – tutte le nostre richieste sono rimaste inascoltate“.

 

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