Negrita: la bellezza di 25 anni di carriera

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CATANIA – Per chi come me, scrive di musica da oltre 20 anni, andare ai concerti non è poi così facile.

I primi brani saltano perché cerchi di concentrarti sulle foto, cerchi di farti amiche le luci del palco, le quali per i trequarti delle volte non ci sono.

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E non ci sono volutamente, col solo scopo di mettere in difficoltà i fotografi, che hanno a disposizione i primi 3 brani.

Una “cattiveria” che non comprendo, visto che se io, in quanto fotografo, ti pubblico nella tua versione migliore, ti faccio solo un favore, anzi, dovresti ringraziarmi, ma non è così, alla stampa si fa sempre un favore.

E’ un favore farti fotografare, è un favore darti l’accredito.

Insomma fare il giornalista/fotografo è diventato un lavoro nel lavoro, una fatica assurda, che non aiuta, anzi ti porta a farti passare la voglia di andare ai concerti.

Tutto questo,in un momento in cui la musica italiana non è che sia al massimo dello spolvero, non è  proprio un modo per far veicolare al meglio un mondo che sembra sempre più opaco, anzi!

Questa, ovviamente, è solo una premessa.

Una premessa che porta ad un discorso che cammina in parallelo e diventa fondamentale per chi, come dicevo, fa questo lavoro da tanto tempo.

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Succede che ad un certo punto, alla parola “concerto” ti salga uno strano senso di nausea, simile a quella di una donna incinta ai primi mesi di gravidanza.

Succede che al solo pensiero di avere a che fare con sicurezza incompetente, palchi al buio, cantanti sempre gli stessi, che dicono le stesse cose da anni, sempre uguali, che rimescolano sempre nello stesso repertorio, ti faccia sentire talmente stanca, che neanche una dose massiccia di supradyn ti può salvare e allora che fai?

Resti a casa.

Fai finta di non sapere.

Ignori.

Poi succede un semi miracolo.

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Ingoi una dose massiccia di supradyn e ti porti al concerto dei Negrita, che esulano totalmente dal discorso sopracitato, ma i contorni, di solito, sono uguali per tutti.

Io amo i Negrita, mi lega a loro anche un affetto particolare e personale. Ma la sicurezza, gli accrediti ecc. ecc. di solito sono uguali per tutti.

E invece? Non è così.

Che bello essere smentiti, ogni tanto serve proprio, ti fa sentire un gusto dolce al palato e ti fa pensare che in fondo al tunnel, si è vero, c’è la luce.

Possiamo sperare, il mondo dello spettacolo ha ancora del buono.

Così senza troppi orpelli e seccature varie, arriva l’accredito e tu, facendo pace  con la tua noia, ti rechi al Teatro Metropolitan di Catania a vedere un concerto di cui non metti in dubbio minimamente la qualità, ma che speri che il contorno…..

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Il contorno è fantastico, pass alla mano, entri e non senti nessuno, non c’è nessuno che rompe, che da limiti, che ti dice: “faccia questo, no faccia quello”, sempre le stesse frasi, sempre le stesse parole da anni.

Come direbbe la grande Sandra: “Che barba, che noia”

Si apre il sipario e vorresti inginocchiarti per terra e gridare al miracolo, il palco è bellissimo e udite udite, è illuminato. Miracolo!!!

Si, loro sono li e tu ne hai la certezza perché li vedi, li vedi e non li intuisci.

Partono oltre due ore di musica bellissima, che volano come se niente fosse, quando salutano, hai anche un momento di smarrimento e ti viene di chiederti: “Ma come di già? Ma non era iniziato da 5 minuti?”

Niente, vieni smentita categoricamente dal tuo orologio, al quale fa da compare di anello, l’orario segnato dal tuo cellulare.

“Ma io dico che si fa così? Si fanno passare due ore in questo modo, come se niente fosse?”

Evidentemente si.

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Non hai le gambe intorpidite, non ti sei annoiata, non hai sbadigliato, niente hai solo snocciolato una dietro l’altra canzoni bellissime che vanno da “Ho imparato a sognare” a “Radio Conga”, passando per “Magnolia” , “Fragile” , “Transalcolico” e tante altre.

In realtà quello a cui ho assistito non è un concerto, è un dipinto in musica fatto con semplicità, ma con grande grande professionalità.

Quella professionalità, che fa sembrare tutto molto accessibile, ma che in realtà non lo è.

Pau occupa il palco anche stando fermo seduto su uno sgabello.

Questa per me è arte, carisma, personalità, impossessarsi di un palco anche non saltandoci sopra da un punto all’altro non è proprio da tutti. Anche se Pau, in altre occasioni, non lesina sicuramente l’occupazione totale del proscenio.

Saper catturare, però, l’attenzione dello spettatore anche da fermo, non è una peculiarità di tutti, si chiama magnetismo ed è roba da pochi.

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Drigo è sempre Drigo.

Imbraccia una chitarra e il mondo si ferma, lo guardi e ti chiedi sempre la medesima cosa da anni: “ma come fa?”

Sembra quasi una magia, le sue mani sembrano un tutt’uno con le sue chitarre.

Un incantesimo unico che si ripete da sempre e ha sempre lo stesso potere ipnotico.

Al capo opposto del palco, non è che si giochi perché trovi Mac, che in quanto a sortilegi stilistici non scherza e soprattutto non lesina, per fortuna.

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Nel frattempo il palco sembra cambiare, perché i giochi di luci sono talmente belli che ti sembra sempre diverso.

Una gran parte del concerto è dedicato a Reset, album campione di vendite, che quest’anno festeggia 20 anni e che, per l’occasione, è stato ristampato (per la prima volta anche in vinile).

Il pubblico è entusiasta e molto caloroso.

L’affetto per il gruppo è tangibile ed immutato.

Così come rimane immutata la voglia di fare musica e di farla bene da parte dei Negrita.

Se passano dalle vostre parti non vi perdete l’occasione di ascoltare questo gruppo, sarebbe un peccato troppo grande .

www.valeriagiuffrida.com

P.S.

Dedico questo articolo a Graziana.

L’ultimo concerto, in acustico, dei Negrita l’ho visto con te. Li hai scoperti quella sera e ti eri innamorata di “Che rumore fa la felicità?” . Ti piaceva tanto questa canzone. C’eravamo ripromesse di andare insieme al prossimo concerto. Qualcuno ha voluto che non tu non riuscissi a cantare ancora una volta quella canzone. O forse no, sono certa che ovunque sia tu stai cantando quel brano.

Ora che stai bene e sarai, certamente, serena, dimmi Graziana che rumore fa la felicità?

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