Conclusa la due giorni di De Gregori in Sicilia,la recensione del concerto catanese

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UFRANCESCO_DE_GREGORI_-_CT_28-4-2015_-_PH._VALERIA_C._GIUFFRIDA_1na blues – pop band sul palco del Metropolitan e una parete di luci che disegna le linee di una sagoma inconfondibile: borsalino chiaro, occhiali, barba, giacca scura che accenna, quanto basta, ad un’eleganza che è soprattutto dell’animo, sono i tratti identificativi di un cantautore che è parte della storia della musica italiana. Lui è Francesco De Gregori e, lo scorso fine settimana ha fatto tappa a Catania con “L’Amore e furto tour 2016”. Non a caso, Lucio Dalla gli diede l’unico soprannome che accetta, il ‘Principe’. Una nobiltà di cuore e spirito che marchia a fuoco i versi e la musica delle sue canzoni, quelle note in cui raramente manca l’armonica a bocca, la chitarra o il pianoforte a completare quell’aria di malinconia che non è tristezza bensì poesia.

Per tutta la prima parte del concerto è stato Bob Dylan a cantare o, meglio, l’ultimo album di De Gregori in cui il cantautore romano traduce ed interpreta 11 canzoni del cantautore statunitense. “Amore e furto” è il titolo di un album di Dylan ma è al tempo stesso una confessione del ‘Principe’, un “furto” dei brani di Bob Dylan ma motivato soltanto dal rispetto e dall’Amore smisurato per un grande artista, per le sue più belle canzoni che, forse, in Italia sono addirittura fra le meno conosciute. Ecco che la quinta tappa del tour, come sempre accade ai suoi concerti, registra importanti variazioni in scaletta e si applaude l’ingresso della splendida “Caterina”.
Ad aprire il concerto è “Via della povertà”, seguono “Acido seminterrato”, “Non è buio ancora”, per cui il teatro diventa un tetto di stelle grazie ai magici giochi di luce. “[…]e il peso che mi porto appresso è l’unica ricchezza che ho[…]” canta quest’ultimo brano ma quel <> , interpretato attraverso il suo inconfondibile timbro vocale, diventa levità e poesia.
E poi: “Servire qualcuno”, “Non dirle che non è così” giocano tutte in penombra in un’atmosfera che via via diventa più calda. Sono le luci a giocare un ruolo fondamentale nel concerto. Quelle luci che seguono i contorni delle note, che si agitano, accarezzano o ballano e completano musica e testi. Il ‘Principe’ danza su “Mondo politico” e sui brani più ritmati del suo repertorio. Continua con “Un angioletto come te” mentre mima i gesti di un direttore d’orchestra, accompagnando per mano le canzoni “Come il giorno” o “Santa Lucia”.
Dopo il breve intervallo si passa, infatti, allo storico repertorio del cantautore e la platea, già entusiasta, si scalda e si entra nel vivo del concerto con i brani che sono stati colonna sonora di molte vite, quelle poesie non sempre immediatamente accessibili o di facile linguaggio ma che, magicamente, con tutto il loro bagaglio di metafore, sinestesie, riferimenti letterari, politici, storici o legati all’attualità, arrivano comunque dritti al cuore dei fan che battono il tempo con le mani, cantano e urlano richieste. Ma sarebbero troppe quelle da accontentare, 47 anni di attività non si possono concentrare in un’unica serata ma De Gregori non lascia per questo scontento il pubblico e, nonostante l’audace proposta della prima parte, prosegue con le celebri: “ A Pa’ ”, dedicata a Pier Paolo Pasolini, “L’agnello di Dio”, la vibrante “Adelante! Adelante!” ed è in questi quadri più ritmati che sentiamo tutta l’abilità strumentale della band composta da: Guido Guglielminetti al basso e contrabbasso, Paolo Giovenchi e Lucio Bardi alle chitarre, Alessandro Valle al pedal steel guitar e mandolino, Alessandro Arianti all’hammond e piano, Stefano Parenti alla batteria, Elena Cirillo al violino e cori, Giorgio Tebaldi al trombone, Giancarlo Romani alla tromba e Stefano Ribeca al sax.

Un concerto pieno che lascia poco spazio alle parole, eccetto quelle usate dal cantautore per salutare il pubblico catanese cui rivolge un inchino ad inizio concerto. Si continua con “L’angelo”, l’attesa “Generale”, “Vai in Africa, Celestino”. Tutto il teatro canta “La storia” e l’emozione esplode nel commovente verso finale “[…]la storia siamo noi…siamo un piatto di grano” ed in un crescendo finale, in cui Francesco De Gregori pare trovare sempre maggiore ispirazione, travolgono la platea: “Sotto le stelle del Messico a trapanàr”, “I muscoli del capitano”, “Numeri da scaricare”, “Pablo” e “Rimmel”.

Protagoniste del bis: “In onda” e la festosa “Fiorellino # 12&35”, riarrangiata su “Rainy Day Women #12 & 35” di Bob Dylan, chiusa che consente all’intera band di salutare il pubblico del Metropolitan in un tripudio di note ed applausi.
Inevitabile non accorgersi delle grandi assenti: “La leva calcistica della classe ’68”, “Viva l’Italia”, “Alice” e l’anelata “La donna cannone”. Ma un mostro sacro come De Gregori può permettersi anche di non assecondare le aspettative del pubblico ed emozionare comunque grazie alle sue poliedriche sonorità che spaziano dal rock alla canzone d’autore, ai suoi voli che abbracciano anche la musica popolare ma, sopra ogni cosa, grazie a quella poesia che da quasi mezzo secolo lo rende uno dei maggiori cantautori italiani e prima ancora un nobile ‘artista’.
I concerti sono stati organizzati dalla Musica e Suoni di Nuccio La Ferlita

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