Caterina Chinnici racconta Rocco Chinnici alla libreria Tantestorie di Palermo

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PALERMO – La figlia che racconta il padre, nella doppia veste di uomo e giudice, attraverso due libri e non solo. Stiamo parlando di Caterina Chinnici, europarlamentare che ha deciso inoltre di seguire le orme del padre, vestendo la toga. I libri sono due: “E’ così lieve il tuo bacio sulla fronte” pubblicato da Mondadori, che ha ispirato l’omonimo film, e “Rocco Chinnici, l’illegalità protetta” di Glifo Edizioni, che contiene una bellissima prefazione, a cura del giudice Paolo Borsellino. Il luogo dell’incontro è la libreria Tantestorie di Palermo, luogo che abbiamo spesso visitato per i lettori di Les Femmes Magazine e che ormai ci vede, per così dire, “di casa”.

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Il racconto dell’on. Chinnici, introdotto dal proprietario della libreria, Giuseppe Castronovo, è di quelli che ti fa tornare indietro nel tempo, pur rimanendo ben ancorata al presente, per quanto amaro esso possa essere. L’infanzia vissuta a stretto contatto con i giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e, in particolare, con la famiglia di quest’ultimo, così simile alla propria: stesso carattere delle madri, entrambe dolci, dedite alla famiglia e, solo in apparenza, fragili. Stesso numero di figli, perfino lo stesso modo di porsi dei giudici Borsellino e Chinnici, che la piccola Caterina vedeva spesso parlare insieme, non solo di lavoro. “Mio padre” racconta “ha sempre avvertito una forte solitudine, appesantita dal ruolo e dai rischi derivanti, che lo preoccupavano del fatto che anche noi, la sua famiglia, e persino l’uomo di tutela che gli era stato assegnato, potessimo correre lo stesso rischio. Da quando ha conosciuto Falcone e Borsellino, però, mio padre ha finalmente trovato un appoggio, qualcuno con cui condividere ansie e preoccupazioni, che lo capisse fino in fondo. Erano grandi uomini, grandi professionisti, ma anche se noi giustamente li chiamiamo eroi, loro non vorrebbero. Perché per loro, si trattava semplicemente di lavoro”.

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Poi, ancora altri ricordi: “Mia madre era insegnante, ma all’epoca non esistevano le tutele che esistono oggi per le madri. Quindi capitava che mio padre, sforzandosi di essere un padre presente pur con tutti gli impegni, mi portasse con se nel suo ufficio. Mentre papà lavorava, io mi mettevo nel suo studio a disegnare, per passare il tempo”.

La piccola Caterina inoltre, ha assistito anche ai momenti in cui il giudice Chinnici si chiudeva in ascensore con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dentro il palazzo di giustizia: “In quei momenti purtroppo non ero presente, e se volevo avvicinarmi, mi veniva fatta una carezza, invitandomi ad allontanarmi. Ricordo però una cosa: una volta entrati nell’ascensore, esso diveniva occupato per diverso tempo, perchè era l’unico posto, all’interno del cosiddetto “palazzo dei veleni” veramente sicuro da occhi e orecchie indiscreti. Poi, quando avevano finito di parlare, uscivano tranquilli e sorridenti come se nulla fosse”.

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L’on. Chinnici ha ereditato dal padre anche l’amore per i giovani e il loro futuro: “Mio padre era sempre impegnatissimo, ma nonostante questo, trovava sempre il tempo per andare nelle scuole a parlare con i ragazzi sui pericoli della droga, in particolare dell’eroina, che, in quegli anni, non faceva che mietere vittime. A spingerlo, era inoltre la preoccupazione per noi figli, perché da padre, ovviamente, aveva paura. Anch’io, ho deciso di intraprendere questo cammino, in particolare dal 30esimo anniversario della morte di mio padre. Mi piace il fatto che tanti ragazzi mi chiedano come fosse mio padre, che uomo fosse, che giudice fosse. Non avete idea delle tante domande che mi arrivano”.

Una delle domande, riguarda  spesso il metodo di lavoro: “Mio padre trattava tutti con rispetto, qualunque imputato si trovasse davanti. Rispetto e umanità, seguite però sempre dal rigore e rispetto delle regole. Mio padre era così, anche nei confronti della altre persone che bussavano alla sua porta, sempre aperta per chi avesse bisogno: un consiglio, un aiuto, una parola gentile. Lui c’era sempre”.

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Ma non erano sempre rose e fiori. Infatti, anche per il giudice Rocco Chinnici, arrivò un giorno un richiamo a “rientrare nei ranghi”. Racconta sempre l’on. Chinnici: “Dopo la strage di viale Lazio, venne redatto il relativo faldone, che venne recapitato a mio padre. Ora dovete sapere che, prima dell’innovazione di mio padre, che, dopo la sua morte, divenne la normale procedura, il giudice doveva limitarsi a consultare il faldone relativo al caso in esame, senza prendere ulterori iniziative. Mio padre invece, no. Lui voleva andare più a fondo, cercare di scoprire tutti i possibili legami e i possibili colpevoli. Quindi coordinava la polizia giudiziaria, affinché ricercasse ulteriori elementi. Evidentemente, le novità venivano mal tollerate, infatti mio padre venne appunto redarguito per questo suo lodevole spirito di iniziativa. Salvo poi” – conclude amaramente l’on. Chinnici – “ripensarci e addirittura, farla diventare la norma”.

Infine, uno sfogo personale: “Noi familiari delle vittime di mafia, veniamo speso etichettati come vittime. Ma noi non siamo vittime, siamo sopravvissuti. Noi non vogliamo essere chiamati vittime, perché l’esperienza di perdere qualcuno, in maniera così feroce e violenta, è un’esperienza che ti segna per sempre. Da quel momento, nella tua vita, cambia qualcosa. Tu senti proprio che qualcosa dentro di te è cambiato. Ma non siamo vittime, né vogliamo essere chiamati così. Siamo sopravvissuti al grande dolore di vedere i nostri cari cancellati in quel modo così violento, ed è così che vogliamo essere riconosciuti”.

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