“Caino vive a Palermo”, Pietro Trapassi presenta il suo libro dedicato al fratello Mario, morto nella strage Chinnici

caino abita a palermo

PALERMO – Il 29 luglio 1983 è una data buia per Palermo, una delle tante giornate luttuose che il capoluogo ha vissuto negli anni in cui, purtroppo, magistrati, agenti e civili venivano trucidati quasi quotidianamente da mano mafiosa. In quel giorno infatti, morì il magistrato di Cassazione e Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, il padre del pool antimafia. Con lui persero la vita Mario Trapassi, maresciallo dei Carabinieri e capo della scorta, l’appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile presso cui viveva Chinnici, Stefano Li Sacchi. Unico superstite del massacro, l’allora autista del Consigliere Chinnici: Giovanni Paparcuri, esperto informatico che da li a pochi anni sarebbe stato fondamentale per Falcone e Borsellino, specie nell’informatizzazione dei dati relativi al famoso maxiprocesso. Ma torniamo al libro.

Locandina Caino vive a Palermo - www.lesfemmesmagazine.it

Presentato presso la libreria “Tantestorie” di via L. Ariosto, “Caino vive a Palermo” è un romanzo pubblicato il 9 luglio 2018 scritto da Pietro Trapassi, fratello del maresciallo Mario. Quale migliore occasione quindi, del 36esimo anniversario della strage, per riaccendere nel cuore e nella mente di chi ha vissuto quei tragici anni, la fiamma della memoria, tenendo conto anche di chi, in quegli anni, non era ancora nato. Presenti all’incontro, oltre al proprietario della libreria, Giuseppe Castronovo, il dott. Giovanni Chinnici, avvocato civilista figlio del magistrato assassinato, l’autore del libro, Pietro Trapassi, e Giovanni Paparcuri. Grande assente giustificata, l’on. Caterina Chinnici, a causa di impegni istituzionali oltre allo sciopero degli aerei.

Giovanni Paparcuri - Ph. Giuseppe Galeazzo
Giovanni Paparcuri – Ph. Giuseppe Galeazzo

Pietro Trapassi: “In questo romanzo, racconto la vita degli anni ’50 e ’70. E’ il racconto di un fratello maggiore, in quanto tra me e mio fratello, c’erano 11 anni di differenza. Per scriverlo per bene però, ho dovuto girare l’Italia, in cerca di quelle informazioni che mi mancavano. E’ un romanzo che definirei tutto sommato, attuale. Non è cambiato poi molto. Oggi come allora infatti, i giovani lasciano la Sicilia in cerca di lavoro altrove. Io sono molto legato a Palermo, città che per me rappresenta la vita, le mie radici. In tutti i miei romanzi, parlo sempre della mia città. Ho perfino scelto, come copertina di “Caino vive a Palermo” la riproduzione di un quadro del pittore palermitano Francesco Lojacono, vissuto tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, perchè amo i suoi quadri pieni di luce. Non per niente, egli è chiamato “il pittore del sole”.

 

Giovanni Chinnici: “Per capire a fondo la vicenda, è importante capire bene il clima di quegli anni. Gli omicidi di mafia erano assai numerosi, e mio padre sapeva che il rischio era molto elevato. Ad un certo punto perfino, chiamò gli uomini della scorta attorno a se e gli disse con molta franchezza come stavano le cose, aggiungendo che, se lo desideravano, erano liberi di farsi trasferire. Anch’io come Trapassi, amo Palermo, ed è per questo che ho scelto di rimanere e lavorare qui. Abbiamo il dovere di fare re – innamorare i giovani della loro città, in modo che non la lascino ma che decidano di creare qui il proprio avvenire. Altrimenti, questa città sarà perduta perchè io credo che la fuga dei giovani comporti un impoverimento non solo culturale, dato che spesso chi fugge è laureato, ma anche economico “.

Da sinistra Giovanni Paparcuri, Pietro Trapassi, Giuseppe Castronovo e Giovanni Chinnici - Ph. Giuseppe Galeazzo
Da sinistra Giovanni Paparcuri, Pietro Trapassi, Giuseppe Castronovo e Giovanni Chinnici – Ph. Giuseppe Galeazzo

Giovanni Paparcuri: “Io sono in pensione da diversi anni ormai, ma continuo a portare avanti l’insolita “eredità” che mi è stata affidata dal dott. Chinnici e non solo: l’impegno cioè a portare avanti la memoria di quegli anni e soprattutto, di quei grandi uomini che ci hanno prematuramente lasciato. All’interno del cosiddetto “bunkerino”, cioè il museo Falcone – Borsellino dentro al Palazzo di Giustizia, conservo non solo la stanza del dott. Falcone così come l’ha lasciata, ma tanti altri cimeli come i numerosi documenti lasciati dal consigliere Chinnici stesso”. Parlando poi dei propri ricordi legati alla strage, aggiunge: “Mi sono salvato per miracolo. Ricordo di essermi ritrovato sotto l’auto blindata, capovolta dall’esplosione, e ad un certo punto ho cominciato a vedere tutto rosso da un occhio, a causa delle ferite alla testa che mi facevano zampillare il sangue davanti a quell’occhio. Ad un certo punto, ho sentito le forze venir meno, e ricordo di essermi trovato dentro un tunnel con in fondo, una luce bianca. Ho vissuto cioè quella che in gergo, viene chiamata esperienza pre – morte. Fortunatamente non sono andato verso la luce, altrimenti non sarei qui. Si vede che, quel giorno, non toccava a me. In seguito, ho dovuto redigere il verbale relativo a quell’orribile giorno, ritrovandomi nella stessa stanza di chi aveva materialmente piazzato l’esplosivo che aveva ucciso i miei amici. Ho trattenuto a stento le lacrime e il tremore dovuto alla rabbia folle che in quel momento avevo in corpo, comportandomi da buon soldato, come il consigliere Chinnici mi ha insegnato. Ho affrontato un anno di convalescenza, ma poi sono tornato al lavoro”.

Da-sinistra-Giovanni-Paparcuri-Pietro-Trapassi-Giuseppe-Castronovo-e-Giovanni-Chinnici - Ph. Elena Saviano

Da-sinistra-Giovanni-Paparcuri-Pietro-Trapassi-Giuseppe-Castronovo-e-Giovanni-Chinnici – Ph. Elena Saviano

 

Ed ora, qualche scambio di battute con l’autore del romanzo, Pietro Trapassi:

Chi è il “Caino” del suo romanzo?

Caino per me è quello che risale all’antico Testamento, l’uccisore biblico. Quindi tutti gli assassini per me, devono portare quel nome. Infatti io nel romanzo non nomino mai nessuno di loro, salvo una volta, quando ho nominato Madonia, perchè ho riportato il racconto dell’epistolario di Chinnici. Ma poi degli altri, e anche dei collaboratori negativi di Chinnici, non ho fatto mai il nome, perché per me, sono tutti “Caino”.

Madonia, ricordiamolo, è stato il killer che…

 Che è entrato dentro il palazzo in cui viveva il giudice Chinnici, per compiere l’ispezione sul luogo della strage, per capire se c’erano le condizioni per l’attentato. Ebbe il “coraggio” di entrare all’interno del palazzo per vedere come fosse la situazione, perchè Chinnici con grande prudenza, e per non esporre i suoi uomini al pericolo, si era chiuso in casa negli ultimi due anni di vita, svolgendo il lavoro dentro casa sua.


Quando si parla di stragi mafiose, si tende a focalizzarsi sulle cosiddette “vittime illustri”, come nel caso del dott. Chinnici, trascurando colpevolmente gli uomini e le donne delle loro scorte. Lei invece, nel suo romanzo, ricorda la figura di suo fratello Mario, maresciallo dei Carabinieri e caposcorta del giudice Rocco Chinnici. Perché questa scelta?

Appunto per mettere in evidenza l’esistenza di persone che si sacrificavano pur senza essere dei nomi eccellenti, spinti in primo luogo dal desiderio di compiere il loro dovere, e poi anche per aiutare la società, perché quando si lotta per la legalità si fa il bene della Patria. Questo spesso passa come un atto di eroismo, ma non è altro che il compimento del proprio dovere.

 

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